mercoledì 11 maggio 2016

Casa dolce casa

Quando ci si trasferisce in un nuovo paese, trovare casa il più presto possibile è ovviamente tra le priorità iniziali. 
Quando siamo arrivati in Western Australia, nel Gennaio dell'anno scorso, mio marito ed io ci siamo dunque dati subito da fare per trovare un alloggio nel posto dove volevamo vivere, ovvero il Paesino nel Bush. Abbiamo comprato i quotidiani della domenica e coscienziosamente spulciato la sezione affitti dei siti internet delle agenzie immobiliari. 
Le prime due cose che ci hanno colpito sono state il tipo di case disponibili e il loro prezzo: da queste parti non ci sono appartamenti, solo case unifamiliari col giardino davanti e dietro. 
Favoloso, abbiamo pensato. Gli affitti poi, erano incredibilmente allettanti. Certo, ci sono anche qui le case costose, ma molti di quegli annunci reclamizzavano alloggi estremamente economici, tipo una casa con tre camere da letto, soggiorno, cucina, bagno, giardino anteriore e posteriore per l'equivalente di 400 euro al mese, e ce n'erano anche di più economiche. 

In quei primi giorni risiedevamo  a Perth, a circa 300 km da qui, quindi visitare tutti quegli alloggi imponeva per forza di cose di condensare tutte le visite nello stesso giorno, in modo da poter andare e tornare in giornata. Abbiamo quindi chiamato l'agenzia e ci siamo messi d'accordo sul giorno in cui avremmo potuto visitare le case che ci interessavano.
Nella data stabilita siamo partiti da Perth alla volta del paesino nel bush. Mentre la macchina correva nella campagna, ricordo il senso di euforia che ho provato, la gioia assoluta, l'ingenua consapevolezza che quel giorno avremmo trovato la nostra casa. Quel giorno ne avremmo visitate cinque o sei, il prezzo era ottimo, le foto sul sito anche, dunque che problema ci sarebbe potuto essere?

Ma l'inghippo c'era eccome. Prima di tutto, come vi immaginate una casa? se prima di quel giorno mi avessero chiesto come è fatta una casa, avrei risposto che è fatta di mattoni. Tutte le case erano fatte di mattoni, nella mia idea. Ma qui non funziona così. 
Per fare un esempio, io ho una collega che si sta costruendo la casa. Intendo letteralmente, la fa lei. E non ha alcuna conoscenza architettonica, né esperienza come muratore. La casa è composta da un piano rialzato dove tubi di alluminio reggono pareti di alluminio e legno. Poi vengono messi gli infissi, le finestre, le porte, viene fatto l'impianto elettrico, quello idraulico, una bella passata di vernice et voilà, la casa è fatta. Non sono un'esperta del settore, potrebbero esserci altri componenti che lei ha aggiunto, ma in sostanza la casa è così. Questo era per fare un esempio.

Foto presa da internet di una casa australiana su un piano rialzato
Quel primo giorno in cui siamo andati a visitare le case, abbiamo visto per prima una bella villetta azzurra, ed eravamo quasi convinti che quella sarebbe stata la nostra casa, quando l'addetta dell'agenzia immobiliare ha pronunciato quella parolina che non mi sarei mai aspettata di sentire: AMIANTO. Già, la casa conteneva amianto, non ricordo dove nè in che percentuale. 
Perchè qui era così: mischiavano il cemento con l'amianto creando una cosa chiamata fibrocemento, e utilizzavano questo materiale per erigere le abitazioni. 
Poi certo, è arrivata anche qui la notizia che le fibre di amianto fanno male, quindi negli anni '90 hanno smesso di costruire le case con questo sistema, mischiando il cemento con qualche altra porcheria.
Foto presa da internet di casa in fibrocemento

- Però anche se non c'è più l'amianto il materiale si chiama sempre fibrocemento - ha detto la tizia dell'agenzia - quindi se volete sapere se contiene amianto o no dovete scoprire quando è stata costruita la casa. 
Faccio notare il "dovete scoprire" detto dall'agente immobiliare, come se fosse un'amena caccia al tesoro. Ovviamente, i 3/4 delle case che volevamo vedere era fatta di fibrocemento ed era stata costruita in un periodo incerto. E non solo.

La seconda casa che abbiamo visto era una stamberga, e come se non bastasse aveva un enorme buco sui gradini di legno che portavano al piano rialzato (quando dico "piano rialzato" intendo a circa 80 cm - 1 metro da suolo) dove era eretta la casa. 
Non ricordo le altre case (rimuovo velocemente  le esperienze spiacevoli) a parte l'ultima che abbiamo visitato, e che dal sito internet sembrava stupenda. Casa in mattoni, questa. Purtroppo aveva un buco nel soffitto da cui entrava l'acqua (il pavimento di legno del soggiorno era tutto bagnato) ed era strapiena di escrementi di topo. 
Vuoi essere il mio coinquilino?

Quel giorno siamo tornati a Perth piuttosto depressi. 
Siamo tornati qui la settimana seguente, a vedere altre case, ma nessuna ci ha entusiasmato particolarmente. Quello stesso giorno siamo arrivati a Perth in serata e, come al solito, mio marito si è messo a guardare gli annunci. Ha trovato un annuncio appena pubblicato per una casa che non avevamo ancora visto e il giorno dopo siamo corsi di nuovo qui per vederla. 
Quella casa era questa dove abitiamo oggi. 

Ovviamente, come si può capire, questa casa era la migliore di quelle che abbiamo visto. Questo però non vuol dire che sia una buona casa. Per cominciare, il perimetro esterno è fatto di mattoni, ma i muri interni di sicuro non lo sono. Quando ti ci appoggi scricchiolano. 
Il bagno viene direttamente dalla casa vetusta della prozia Carmelinda, con un lavandino microscopico con i due rubinetti, quello per l'acqua fredda e quello per l'acqua calda, che gocciolano in continuazione. La doccia è stata ricavata ponendo un pannello di materiale incerto in un angolo del bagno, pannello che periodicamente si ricopre di una simpatica piantagione di muffe. La vasca da bagno vintage - anch'essa con i due rubinetti - è il mio pezzo preferito: non che l'abbia mai usata, perchè manca il tappo, ma ammiro il materiale, qualcosa di indistinto che vuole assomigliare alla porcellana senza riuscirci minimamente. Il gabinetto si trova in una stanzetta a parte.

Il vero problema di questa casa in realtà, è però il riscaldamento. 
Già, anche qui: come immaginate il riscaldamento di una casa? con i termosifoni? ecco, qui i termosifoni non ci sono. Niente riscaldamento centralizzato. Tutto quello che abbiamo è un condizionatore in salotto che funziona anche per il riscaldamento. 
Se lo volete sapere, no, non è abbastanza. Non riscalda tutta la casa, e appena lo spegniamo, grazie all'isolamento inesistente delle mura, il calore svanisce nell'arco di tre secondi. Non solo: l'aggeggio consuma tantissimo, lo scorso inverno le bollette della luce erano il nostro incubo, e visto che le percentuali danno sempre un'aria professionale, sulla bolletta c'era anche la frasetta: "Questo mese hai consumato il 150% in più della media della cittadina".
Il primo che dice: "Ma in Australia fa caldo" me lo mangio domattina per colazione. In Australia ci sono sicuramente delle zone calde: i deserti della parte centrale. tanto per dirne una, o le zone tropicali a nord. Anche a Perth la temperatura è piuttosto mite, ma qui nell'interno non fa affatto caldo, d'inverno ghiaccia e la temperatura scende sottozero. 

Se vi state chiedendo come fa la gente qui a riscaldare la casa, sappiate che la maggior parte ha il camino. 
- Oggi devo proprio andare a fare legna -  è una frase che sento in continuazione. E visto che nessuno ha il caminetto in camera da letto, per la notte si usano le coperte elettriche. "Che marca usi tu di coperta elettrica" è un gettonatissimo argomento di conversazione per le mie colleghe in pausa caffè. 

Noi, che non abbiamo caminetto nè coperte elettriche, sopravviviamo con le borse dell'acqua calda. Ne abbiamo tre, una a testa più una di emergenza, e di notte dormiamo con due piumini pesanti uno sopra l'altro più una enorme copertona di pile. E le borse dell'acqua calda, ovviamente. 
Non vi dico che delizia alzarmi alle 4 del mattino per andare al lavoro e abbandonare il caldo viluppo delle coperte per avventurarmi nella casa gelida...una delizia, proprio. A scanso di equivoci, sono ironica :)

Qualche giorno fa, parlando con mia nonna al telefono, mi sono sentita rivolgere la domanda:"Perchè non mettete un caminetto anche voi?". Sono scoppiata a ridere. Primo, perchè siamo in affitto e non vogliamo spendere i soldi per un caminetto in una casa che non è la nostra, e secondo perchè noi qui non possiamo fare nulla senza l'autorizzazione del padrone di casa con l'intermediazione dell'agenzia immobiliare. 
E non parlo del caminetto, ma di cose banali: tipo, lo scorso anno abbiamo comprato, insieme a tutti gli altri mobili, anche due librerie che arrivano al soffitto, e dopo averle montate le abbiamo subito riempite di libri. Le istruzioni del montaggio richiedevano di mettere una vite per assicurare il mobile al muro: ecco, l'agenzia ci ha fatto sapere che non possiamo mettere nulla nel muro, viti, chiodi o altro, senza una richiesta scritta al padrone di casa. 
Se abbiamo un problema, tipo lo scarico della doccia otturato, non possiamo risolverlo da soli con uno sgorgante, ma dobbiamo andare in agenzia, compilare un modulo, e successivamente attendere la visita dell'idraulico scelto dall'agenzia (nel paese ce ne sono due, di solito mandano il meno competente).

E non è tutto: ogni sei mesi un impiegato dell'agenzia viene ad ispezionare la casa millimetro per millimetro, per controllare che non abbiamo distrutto un muro o fatto qualcosa che ci faranno pagare a caro prezzo quando lasceremo la casa. 
L'ispezione avviene quando fa comodo agli agenti immobiliari, se siamo in casa bene, altrimenti entrano lo stesso con le loro chiavi. Veniamo avvisati due settimane prima tramite lettera, con un'indicazione approssimativa della fascia oraria, di solito reca la dicitura "dalle 12 alle 17". E non importa se sei al lavoro, se magari non sei riuscita a pulire, se in una camera hai una pila di roba da stirare, se il letto non è fatto: loro entrano in ogni singola stanza e guardano e controllano tutto e fanno foto a qualunque cosa.
Pensatela come volete, magari qui sarà normale, ma a me questa violazione della privacy dà un fastidio immenso. 

E con questo è tutto, sulle case. In futuro, quando ne avremo la possibilità, compreremo o costruiremo (non noi personalmente, ma gente che lo sa fare) una casa in mattoni. Senza moquette, magari. Con i termosifoni.
E il bidè, che ovviamente qui è sconosciuto :)

mercoledì 4 maggio 2016

Di animali e altre storie

Credo di aver sempre desiderato un gatto, fin dall'infanzia.
Quando avevo circa quattro anni, mia madre portò a casa un gattino trovato per strada. Mi disse che il micetto le era salito su una scarpa miagolando e mordicchiando i lacci e lei si era intenerita.
Purtroppo quel batuffolo di pelo non era destinato a diventare il mio gatto.
Mio padre, che da bambino aveva avuto solo animali da cortile destinati a finire in pentola, si oppose con energia all'ingresso del gattino in casa.
- Perchè dobbiamo avere un gatto? i gatti sono pieni di pulci e fanno pipì ovunque. La casa è fatta per gli umani, gli animali devono stare fuori - disse.
Mia madre non replicò, ed io mi rassegnai al fatto che avrei avuto un gatto semi-addomesticato: sarebbe venuto tutti i giorni per il cibo, ma il resto del tempo l'avrebbe passato per i fatti suoi.
Negli anni seguenti nutrimmo parecchi gatti della zona. Io davo a tutti un nome, ma nessuno di loro era il "mio" gatto.

Un paio di anni dopo, grazie ad un baraccone del luna-park che dispensava premi anche senza aver fatto centro con la pallina nelle vaschette d'acqua, ottenni il mio primo animale: un pesce rosso. L'animale si suicidò il giorno dopo l'ingresso in casa saltando fuori dalla vaschetta.
A parte lo shock causato dalla sua morte prematura, il pesciolino non era ovviamente quello che desideravo: niente pelo, niente carezze, niente animale domestico.
Di prendere una cavia o un criceto non se ne parlava neppure, l'autorità paterna ne aveva vietato l'ingresso in casa.
Per il mio ottavo compleanno mia madre mi regalò due minuscole tartarughe verdi d'acqua dolce. Alle creature vennero appioppati i nomi di Gertrude e Romualdo, e vissero per qualche tempo in una vaschetta sul davanzale della finestra della mia camera.
Io però non ero particolarmente soddisfatta: come si accarezza una tartaruga? la mia interazione con le due bestiole consisteva nel tirarle fuori dalla recipiente e farle camminare sul pavimento della camera. Un giorno erano venuti a trovarmi dei parenti e io stavo per l'appunto facendo camminare le tartarughe sul pavimento, quando mio cugino - all'epoca un bimbo di tre anni - irruppe nella stanza correndo e inavvertitamente calpestò Gertrude.
Lacrime e disperazione, e la tartarughina venne sostituita con un'altra, che chiamai Ildebranda.
Tempo dopo, entrambe le bestiole si beccarono un'infezione agli occhi e passarono a miglior vita.
Per lunghi anni gli unici animali "domestici" furono quelli che trovavo in giardino e nei campi: lumache, lucertole, e soprattutto insetti di ogni genere e specie, che portavo di nascosto in casa e a scuola, cercando di allevarli.

A 29 anni mi sono sposata e mi sono trasferita all'estero, nella penisola arabica. Mio marito condivide la mia passione per i gatti, ma finchè abbiamo vissuto in Medio Oriente non abbiamo mai pensato di adottarne uno.
Poi siamo venuti in Australia, e dopo una frenetica ricerca abbiamo trovato una casa.

Uno dei primi giorni, con ancora tutta la nostra roba ferma a Perth, in attesa di portarla qui, guardando fuori dalla finestra nel giardino sul retro ho visto due batuffoli di pelo.
Uno era bianco e grigio, a pelo lungo, l'altro bianco, grigio, nero e rosso, a pelo corto.
- Kittens! - ho detto a mio marito, guardando fuori.
- Look at the fluffy one, it's beautiful - ho aggiunto estasiata.
- The other one must be the sister - ha detto lui.
Così, senza molta fantasia - devo averla esaurita tutta con le tartarughe - abbiamo chiamato il primo micetto Fluffy, e la sorellina Sister.
Li abbiamo nutriti per lunghi mesi, prima che si fidassero abbastanza da lasciarci avvicinare a loro.

Fluffy e Sister
Avevamo sempre dei dubbi su Fluffy. Quel batuffolo di pelo sarà maschio o femmina? Abbiamo cercato di occhieggiare in mezzo al pelo, ma non si vedeva nulla e alla fine ne abbiamo dedotto che erano due gattine e sono andata dal veterinario locale per chiedere quanto sarebbe costato sterilizzarle e vaccinarle entrambe.
Era anche un modo per salvarle: da queste parti c'è un progetto governativo per salvare la fauna locale (bandicoots, potoroos, etc)dagli animali importati, ovvero volpi e gatti randagi. Il progetto si avvale di bocconi avvelenati che vengono sparsi con cadenza fissa. I parchi nazionali pullulano di cartelli di avvisi per i proprietari di cani, per evitare che i loro animali mangino le esche.

Un cartello di avviso 
Il veterinario mi ha sparato la cifra di 860 dollari per la sterilizzazione di entrambe le gattine. Il prezzo delle vaccinazioni non era incluso.
Sono tornata a casa, e con mio marito abbiamo deciso di pensarci su.

Pochi giorni dopo sono tornata a casa dal lavoro verso le 22.30, e mio marito mi stava aspettando alzato, cosa inusuale. Come ho aperto la porta, mi ha abbracciato e mi ha detto che quel pomeriggio una signora aveva bussato alla porta, dicendo che purtroppo aveva investito un gatto con la macchina, e chiedendogli se quel corpicino martoriato nel sacchetto fosse un nostro gatto. Mio marito aveva lanciato un'occhiata: era Sister.

Dopo questo episodio abbiamo fatto entrare Fluffy in casa. Abbiamo preso un appuntamento col veterinario per una visita, per sapere se la micetta era incinta, se aveva parassiti e genericamente com'era il suo stato di salute, specificando che la gattina era molto nervosa e poco disponibile a farsi manipolare da estranei. Forse bisognerà anestetizzarla, abbiamo aggiunto.
La segretaria ha riso, e ha detto che il veterinario era bravissimo e abituato a trattare con tutti i tipi di animali. Ci ha elencato i suoi titoli, tutti i master che aveva preso, il dottorato, tutti i riconoscimenti. Uno in gamba, insomma.
Il giorno della visita sono riuscita a mettere Fluffy in un trasportino e, tra miagolii disperati e pianti di puro terrore, siamo arrivati nello studio del veterinario, che ci attendeva con un'assistente.
- La anestetizzate per visitarla, vero? - ho chiesto.
L'uomo ha sorriso e, con aria di sufficienza, ha detto che non sarebbe stato necessario.
Sono stata fatta entrare in una stanzetta, dove su di un tavolo erano stati predisposti tutti gli strumenti necessari per la visita. Contro la parete si trovava una voluminosa libreria piena di testi e di targhe di riconoscimento.
Io mi sono tranquillizzata e mi sono messa in un angolo della stanza ad osservare la visita.
L'assistente ha aperto lo sportellino della gabbietta e ha tirato fuori a fatica Fluffy, che cercava di rintanarsi sul fondo. Poi l'animale ha morso e contemporaneamente assestato una bella zampata all'assistente, liberandosi, saltando sul pavimento e andando a nascondersi sotto alla libreria. Il veterinario l'ha tirata fuori, ma lei è saltata sul tavolo buttando per terra tutto quello che vi si trovava sopra e ha poi cercato di arrampicarsi sulla libreria, riuscendo a buttare per terra diversi libri e a danneggiarne uno.
Mentre mi mordevo la lingua, cercando di non dire: "Ve l'avevo detto, che l'anestesia ci voleva" l'assistente è riuscita ad acchiappare di nuovo la gatta e a chiuderla nel trasportino.
A questo punto il veterinario mi ha detto che la visita era finita, che la gatta stava bene, che sì, probabilmente era incinta perchè "le gatte randagie sono sempre incinte", che probabilmente aveva dei parassiti perchè era randagia, ora può andare, sono 200 dollari, grazie.

Cioè, 200 dollari per una non-visita e una sfilza di luoghi comuni che probabilmente potevo elencare anche io, che non so nulla di veterinaria.
Pochi giorni dopo abbiamo scoperto che qui nel Paesino nel Bush c'è un'altra clinica veterinaria, e abbiamo preso un appuntamento.
Questa volta abbiamo trovato persone senza master e dottorati ma con competenza, che hanno anestetizzato l'animale prima di visitarlo.
Al termine della visita sono andata a riprendere Fluffy.
- Buongiorno, com'è andata?
- Benissimo, Fluffy sta bene! ha qualche pulce, ma gli abbiamo già somministrato il trattamento adeguato.
- Ed è incinta?
- No. No, non lo è. In effetti Fluffy è un MASCHIO.

Bene. Ottimo. Se penso che il signor Veterinario Famoso ci ha detto che sì. probabilmente era incinta.. nemmeno in grado di riconoscere il sesso di un gatto.

Così Fluffy è diventato il nostro gatto. L'abbiamo fatto sterilizzare e gli abbiamo fatto mettere il microchip, i due passaggi fondamentali per poterlo registrare presso l'ufficio della contea.
Ci siamo abituati ad essere svegliati nel cuore della notte dai suoi miagolii affamati, abbiamo fatto il callo ai suoi pianti disperati quando facciamo la doccia ("Padrone, è bagnato lì!!! è pericoloso!! esci!!") ci siamo innamorati del suo codone foltissimo, delle zampotte con i ciuffi di pelo tra le dita, del suo essere discreto e riservato ed affettuoso allo stesso tempo.
Fluffy alla finestra

Pelosamente io
Dettaglio del codone e della zampotta pelosa.. sì, sono una crazy cat lady :)
Col tempo ci siamo accorti che Fluffy si stava attaccando troppo a noi, al livello di piangere disperato quando andavamo al lavoro e di farci le feste come un cane ogni volta che tornavamo a casa.
Abbiamo quindi deciso di prendergli una sorellina. Nello stesso periodo una mia collega aveva dei gattini da dare via, così siamo andati a vederli e abbiamo scelto una bellissima micina a pelo corto, che abbiamo chiamato Chai.

Quando l'abbiamo adottata, Chai aveva quasi tre mesi

I due gatti hanno immediatamente stretto amicizia e passano la giornata a giocare insieme, a leccarsi e a dormire l'uno accanto all'altra.

Che sonno...

Chai (anche detta Topilla per le dimensioni ridotte) è assolutamente adorabile. A differenza del fratello si fida di noi completamente e se fosse per lei passerebbe le giornate sopra di noi, ronfando. E' riuscita ad accattivarsi il nostro affetto al punto che tutti i disastri che combina passano in secondo piano :)
Non pensavo che avere degli animali domestici fosse così. Certo, a volte ci fanno impazzire, quando rompono qualcosa o vomitano sulla moquette, ma non si può descrivere l'affetto che danno o il loro modo unico di starci vicino. Sono meravigliosi.

domenica 3 aprile 2016

Wild, Wild Bush

Una delle prime cose che mi ha colpito, qui nel bush, è che tutte le porte d'ingresso delle case sono doppie. C'è la porta vera e propria, di solito di legno, e poi, esternamente, una seconda porta, formata da un infisso metallico su cui è tesa una specie di fittissima zanzariera, anch'essa metallica. 
- Accipicchia, devono avere seri problemi con gli insetti - ho pensato ingenuamente. la prima volta che ne ho vista una. 
In effetti, gli insetti ci sono. Questa è una zona agricola, per trovare la prima pecora mi basta uscire di casa e camminare per tre minuti, se parliamo di galline i minuti si riducono a uno. 
Io ho vissuto in campagna fino ai miei diciotto anni e sono abituata a trovare insetti in casa,  ma devo dire che ad una situazione come quella attuale non ero preparata. 
Immaginate la scena: siete in casa, seduti davanti al computer, tutte le finestre chiuse, la porta d'ingresso chiusa, lo stesso quella sul retro. Ad un tratto, vi accorgete che c'è un moscone. Gli lanciate a malapena un'occhiata. Poi i mosconi diventano due. Poi tre. Poi quattro. Poi cinque. Ah no, sono sette, in effetti. Oh, altri quattro in quest'altra stanza. In camera da letto ce ne sono sei che camminano sui vetri della finestra. Tutto questo nell'arco di 2-3 minuti. Controllate le finestre: tutte chiuse. Porte chiuse, finestre chiuse, ma loro entrano lo stesso. 
E non solo loro. In casa ho trovato lucertole e lumache vive, senza contare naturalmente i ragni. Questo nonostante le doppie porte e le zanzariere fittissime alle finestre. 
Ho poi scoperto a mie spese che non bisogna MAI, per nessun motivo, aprire la doppia porta di sera, con la luce accesa all'interno. Nel giro di un microsecondo entrano centinaia (no, non è un'iperbole, è un numero realistico) di insetti grandi e piccoli.
Ma, in fin dei conti, qui a casa sono fortunata. Nel luogo dove lavoro è peggio.
Tanto per dirne una, nel giardino sul retro vive una coppia di lucertole bobtail.

Foto di bobtail lizard presa da internet

Altra foto presa da internet per dare idea delle dimensioni
Questi lucertoloni ogni tanto trovano la porta aperta ed entrano nell'edificio. Tu stai camminando per il corridoio e ne incontri uno a spasso sulla moquette. Questi animali sono comunque innocui, anche se penso che il morso sia doloroso. Comunque sia, non possiedono veleno.
Ma non sono gli unici ad entrare. Scenetta di venerdì pomeriggio:

Mi reco nell'ingresso della struttura dove lavoro. La mia collega mi corre incontro.

Io: Jane, a proposito di quel farmac..... COS'E' QUELLA BESTIA SUL PAVIMENTO????
Jane: Ah, un serpente. 
Io: COME, UN SERPENTE?? COME E' ENTRATO QUI???
Jane: Mah, probabilmente è passato sotto alla porta. Ma non preoccuparti, Tracy l'ha tagliato a metà.
Io: L'ha tagliato a metà? O.o
Jane: Sì, con un secchio.
Io: Un secchio? ma come ha fatto?
Jane: ha poggiato il secchio sul serpente e ha premuto forte.
Io: (allibita) ma il serpente era velenoso?
Jane: naturale. 

Cioè, qui hanno tanta dimestichezza con i serpenti velenosi che se ne vedono uno non solo non fuggono, come farei io, ma lo tagliano a metà con un secchio. 

Jane: comunque, volevo dirti che non riusciamo a trovare l'altra metà del serpente, sai, la coda. Si è infilata da qualche parte sotto a quegli scatoloni. Se la trovi la butti, per favore? Ora io vado, il mio turno è finito. 

Anche lasciare la collega in compagnia di mezzo serpente dev'essere una cosa normale, da queste parti. 

giovedì 10 marzo 2016

Dove c'è molta luce l'ombra è più nera

Se dico "Australia", che cosa vi viene in mente? i canguri, le spiagge, il surf? O magari un gruppo di ragazzi biondi che fa il bbq in spiaggia il giorno di Natale, in maniche corte? l'Harbour Bridge e l'Opera House di Sydney?
E' vero, l'Australia è tutto questo e molto altro ancora, è un continente bellissimo e spettacolare.

L'altro lato della medaglia lo scopri piano piano, quando vivi qui già da un po'.
Domenica 6 Marzo 2016, una bambina aborigena di dieci anni che viveva nel Kimberley (la regione più a nord del Western Australia) si è impiccata. Aveva dieci anni, DIECI. Dall'inizio del 2016 è stato il diciannovesimo suicidio infantile in Western Australia. Il DICIANNOVESIMO.
Nonostante tutti gli sforzi e i soldi spesi dal governo, le campagne, i progetti e i discorsi, le condizioni di vita degli Aborigeni australiani sono terribili. Hanno la casa sì, magari anche un lavoro, ma come si rimette insieme una vita devastata dall'alcool, dalla violenza domestica?
Chi non vive qui non ha idea delle dimensioni del problema. Avete mai sentito parlare dell'opal fuel? è un tipo di carburante che contiene una minor dose di solventi, per contrastare il fenomeno del petrol sniffing. Provate ad immaginare le dimensioni del problema, se per combatterlo hanno inventato un carburante apposta.



I problemi degli Aborigeni sono immensi e non esiste una soluzione facile. Del resto sono passati attraverso l'invasione britannica, la Generazione Rubata e tutto il resto. E' comprensibile che ci siano dei problemi.

Quello che mi riesce molto più difficile capire sono i problemi degli altri, degli Australiani di discendenza britannica.
Vi faccio un esempio: io lavoro in un paesino di poco più di 1.300 persone, una piccola oasi in mezzo ai campi di grano e alle pecore. In questa piccola comunità, lo scorso anno si sono suicidate diverse persone. Il comune ha istituito un corso intitolato "Suicidio, primo soccorso", aperto a tutta la popolazione. E non è tutto qui.
Ora mi invento un po' di nomi. Le persone di cui parlo esistono davvero, e le conosco personalmente. Non credo che siano note a qualcuno dei miei lettori, in ogni caso un po' di privacy non fa mai male.

Susan ha 19 anni e la madre è in carcere. Il padre è nell'inferno della metanfetamina, Posso raccontarvi storie terrificanti, di lei bambina chiusa in camera mentre il padre assumeva droga con gli amici nella stanza accanto e poi tentava di entrare nella stanza della figlia, o di quando quest'uomo ha ucciso il cane della figlia perchè lei non è riuscita a trovargli i soldi necessari per la dose. Susan ha iniziato a tagliarsi e ha tentato il suicidio due volte.

Jane ha vent'anni ed è amica di Susan. E' in sovrappeso, quando andava a scuola è stata vittima di bullismo e per questa ragione ha interrotto gli studi prima della maturità. Soffre di bulimia e di depressione. La madre l'ha sorpresa più volte ad ingozzarsi di carta.
Ha avuto una relazione di una settimana con un ragazzo, poi lui è sparito. Lei sperava di essere rimasta incinta "perchè almeno mio figlio mi avrebbe amato".

Sheila ha 18 anni e ha già un bambino. Non ha mai smesso di fumare e bere durante la gravidanza e ha smesso di interessarsi del figlio due giorni dopo che era nato.
- Ma lo allatti?
- Nooo, figurati!! chi me lo fa fare? anzi, sto cercando qualcuno che me lo tenga tutto il giorno, se no io come faccio a vivere?

Sara è la madre di Jane. E' rimasta incinta per la prima volta quando aveva 14 anni, e la madre l'ha cacciata di casa. Oggi vive con Jane (l'ultimogenita), e col secondo marito, che è alcolizzato e alza le mani su di lei.

Laurel ha scoperto solo dopo un anno di matrimonio che suo marito era dipendente dal crack.
Oggi è la mamma single di un bambino di dieci anni.

Milly era una mia collega. Vive in un camper ed è alcolizzata. Un giorno l'ex marito è andato a cercarla e ha trovato il camper in subbuglio, con escrementi ovunque. Ed è venuto a raccontarlo sul posto di lavoro dell'ex-moglie. Milly è stata ricoverata per una settimana in Psichiatria, poi è tornata al lavoro e ha dato le dimissioni.
Non vado avanti, mi fermo qui, ma l'elenco è lungo.

Giusto per dire: non abito a Scampia. Questa zona è stupenda. Bellissima e rigogliosa, sembra di essere dentro alle Bucoliche di Virgilio. Non esiste malavita organizzata. Non c'è corruzione. Gli stipendi sono leggermente sotto la media del paese, ma comunque buoni (guadagno più qui di quanto abbia mai guadagnato in Italia) e in ogni caso permettono largamente di arrivare a fine mese. Tutti hanno la casa di proprietà (casa, non appartamento) col giardino davanti e dietro, la terra, i polli. C'è un'ottima assistenza sanitaria pubblica. Il lavoro qui nel bush è poco, questo sì, ma basta spostarsi di poco per trovarlo. E si trova, ve lo garantisco.
Qui c'è un grosso disagio sociale di fondo, e non riesco a capire dove stia il problema. E non è solo qui nel bush, tutti dicono che "nelle città è peggio".
Se il primo pensiero che vi viene in mente è una cosa tipo: "E allora? anche in Italia c'è la droga" ecco, il fenomeno è completamente diverso. In Italia non siamo messi così male. Qui c'è un profondo malessere, una completa perdita di speranza, una specie di depressione generale e mi sto arrovellando per cercare di capirne il motivo.

Oltre a questo, l'uso della metanfetamina, specie quella in cristalli che da queste parti si chiama "ice" e che è la droga più diffusa, per dirla in parole povere frigge il cervello (per approfondire: QUI , QUI e QUI).
Qualche giorno fa stavo parlando con una occupational therapist specializzata in demenza. La signora mi diceva che è allarmante il numero di persone sotto ai 35 anni che qui in Australia sviluppa una demenza precoce in seguito all'assunzione di ice. Ragazzini di vent'anni che non ricordano il proprio nome. Questa demenza solitamente evolve poi in Alzheimer.
La terapista mi diceva che il dramma è che, mentre le demenze senili sono studiate, ci sono degli approcci terapeutici e delle strutture adeguate, per questi ragazzini con la demenza precoce non c'è nulla. Nessuna terapia, nessuna struttura specializzata che possa accoglierli, niente.

Parlo sempre di cose buffe o divertenti sull'Australia, ma oggi ho voluto raccontarvi anche un lato negativo. Il prossimo post sarà più allegro, promesso. 

domenica 28 febbraio 2016

We are ready.

Secondo il calendario Noongar - il gruppo aborigeno che abita nel sud del Western Australia -  l'anno è diviso in sei stagioni. I primi mesi dell'anno, i più caldi e secchi, coincidono con la stagione degli incendi. 
Gli incendi, qui nel bush, sono una realtà che non si può ignorare. Sono eventi naturali, solitamente appiccati dai fulmini e hanno una potenza devastatrice impressionante, con muri di fiamme alti oltre 15 metri che si muovono spinti dal vento. Ci si sente piccoli, qui. Gli incendi sono solo uno dei modi in cui la Natura può ammazzarti, in questo continente bellissimo, un modo per ricordarti che è lei la più forte. 
Dopo che il fuoco è passato, le piante ricrescono immediatamente, più belle di prima, una natura che rigenera se stessa dalle proprie ceneri, come la mitica fenice. 
Alcune piante e alcuni animali sopravvivono solo grazie agli incendi: ci sono alberi che possono fiorire (o rilasciare i semi) solo dopo che è passato il fuoco, o insetti che possono deporre le uova solo nella cenere calda. Un ciclo continuo di nascita e morte che si succedono in modo violento e inaspettato.

Ovviamente il governo fa tutto il possibile per salvaguardare le persone e le abitazioni e minimizzare il rischio. Ad esempio, appena inizia l'estate scatta il total fire ban, ovvero il divieto assoluto di accendere fuochi di ogni tipo, siano essi fuochi di bivacco, fuochi per cucinare o fuochi per bruciare l'erba appena falciata sul tuo campo. 


Le date del total fire ban variano da contea a contea, ma solitamente vanno da Ottobre a fine Marzo.

Da quando sono qui, ci sono stati innumerevoli incendi "grossi", che hanno catturato per settimane le prime pagine dei giornali e hanno costituito materiale per innumerevoli servizi televisivi. L'hanno scorso c'è stato l'incendio di Northcliffe, che dopo aver bruciato migliaia di ettari di foresta si è avvicinato alla cittadina di Northcliffe che è stata dichiarata "indifendibile" costringendo all'evacuazione di tutti gli abitanti. Solo il cambio del vento ha salvato in extremis il paese.
Lo scorso Novembre mi trovavo nella cittadina di Esperance con mio marito, per una breve vacanza di tre giorni. Il secondo giorno, mentre entravamo in un locale per pranzare, è iniziato a piovere e a tuonare. Roba di dieci minuti, tanto che quando siamo usciti era già finito. Eppure, quel temporale così breve ha appiccato il fuoco, abbiamo visto da lontano la colonna di fumo. Quell'incendio, oltre ad aver abbattuto un sacco di abitazioni, ha falciato tre vite umane. 
Circa un mese fa c'è poi stato l'incendio di Harley e Waroona, a sud di Perth, che ha distrutto un centinaio di abitazioni. 
Questi sono solo alcuni dei più grossi, ma ci sono nuovi roghi quasi ogni giorno.

Con l'approssimarsi della stagione degli incendi televisione, radio e giornali ripetono allo sfinimento che occorre prepararsi. "Are you bushfire ready?" è il titolo della campagna pubblicitaria. 





Occorre preparare la propria casa e la propria vita all'eventualità dell'incendio. Pulire il cortile dalle sterpaglie, tenere gli alberi potati, pianificare una zona frangi-fiamme, preparare l'acqua e, se il rischio si avvicina, tenere pronta una valigia con abiti e cibo di emergenza in caso di evacuazione improvvisa.  


La presa di coscienza del pericolo è stata accompagnata da una scoperta che mi ha lasciata senza parole: In Western Australia ( forse anche nel resto dell'Australia, non so) i vigili del fuoco professionisti, quelli che sono pagati per fare questo lavoro, sono solo a Perth
Nel resto del paese ci sono i volontari, ogni paesino del bush ha il suo gruppo di volontari, che sono addestrati come se fossero professionisti a spese del governo del Western Australia. 
Per dare un'idea di quanto sia "il resto del paese", l'Italia ha una superficie di poco più di 300.000 km quadrati. Quella del Western Australia è di circa 2.530.000 chilometri quadrati, più di otto volte la superficie italiana. 
Non so perchè qui nel bush i professionisti non ci siano, immagino perchè la gente è poca. I professionisti vengono da Perth ad aiutare i volontari solo in caso di incendi di enormi dimensioni. 

Questa scoperta è stata associata subito alla domanda: "Sono solo volontari? E se non fossero abbastanza?" e da lì alla decisione di entrare a far parte del gruppo il passo è stato brevissimo.
Mio marito ed io siamo entrati nella bushfire brigade locale a Dicembre. 
Mi ricordo la prima riunione a cui abbiamo presenziato, alla caserma, nella stanza dietro al garage che ha i due camion in dotazione alla squadra.
Mi aspettavo di trovare un gruppo di omoni grandi e grossi, e ho scoperto che la nostra squadra (siamo una quindicina) è composta per la maggior parte da ragazzini di vent'anni. Loro spengono gli incendi, loro tirano fuori la gente dalle lamiere dell'auto incidentata, loro neutralizzano le perdite di sostanze tossiche o pericolose. 
Ognuno di loro lo fa solo come volontariato, solo per servire la comunità, e trovo che questa solidarietà che nasce dal fatto che  siamo pochi e dobbiamo aiutarci l'un l'altro per sopravvivere sia un lato meraviglioso del vivere nel bush.
Mio marito ed io finora abbiamo solo presenziato alle riunioni e alle esercitazioni, ma a breve inizieremo l'addestramento serio, quello che ci permetterà poi di scendere in campo e di dare una mano davvero. 
Per quanto mi riguarda non solo sono pronta, ma anche non vedo l'ora. 

mercoledì 10 febbraio 2016

Torta al miele e agrumi

Confesso che quando ho visto il tema della sfida proposto da Eleonora e Michael mi sono messa le mani nei capelli. Il motivo è che il miele non mi piace, quindi non solo la mia conoscenza a riguardo è estremamente scarsa, ma non avevo nemmeno idea di come si comportasse come ingrediente, quali abbinamenti fossero più appropriati e via dicendo.
Ho detto che il miele non mi piace, ma in effetti c'è un'eccezione. C'è un piatto al miele che adoro, e forse questo basta a contraddire l'affermazione precedente sulla mia scarsa simpatia per questo meraviglioso alimento. L'eccezione l'ho scoperta quando abitavo in Medio Oriente, ma non ha niente a che fare con la cucina araba.

Ad Abu Dhabi, nel quartiere di Al Markaziyah, dietro ad Hamdan Street c'è un dedalo di stradine e casupole basse. Svoltando nel punto giusto - e occorre sapere esattamente dove, altrimenti ci si perde - si arriva ad un ristorante, o meglio, una cafeteria russa. 
Chi arriva qui per la prima volta non rimane particolarmente colpito dall'ambiente: una stanzetta disadorna, pochi tavolini, il linoleum sul pavimento.. l'impressione negativa si accentua quando la padrona viene a prendere le ordinazioni: la sua espressione è accigliata, i suoi modi bruschi, come se invece di essere clienti le stessimo arrecando qualche fastidio. Può persino accadere che mentre state elencando le ordinazioni, lei vi interrompa con un "No!" perchè i piatti che avete scelto secondo lei non si abbinano bene tra di loro. 
Una volta assaggiati i suoi piatti si perde ogni diffidenza, perchè la signora è una cuoca meravigliosa e conosce molto bene la cucina del suo paese natale.  
Così, un giorno, mentre stavo ordinando il mio pranzo, la signora mi ha fatto seccamente notare che con i piatti che avevo scelto ci stava bene la torta al miele. Mi fido ciecamente di lei, quindi non ho obiettato e ho aggiunto la torta alla lista. 

Mi sono innamorata di questo dolce dal primo boccone, così oggi ho deciso di tentare di riprodurlo qui in Australia. La ricetta me la sono inventata, cercando di avvicinarmi più che potevo al ricordo che ho in mente.
La prima cosa che ho dovuto decidere è stato il tipo di miele da utilizzare. Il supermercato del paesino nel bush dove vivo offre una selezione limitata: ci sono vari tipi di miele senza indicazioni sulla qualità, che ho scartato a priori. C'era poi il miele di eucalipto, in alcune sue varietà, ma temevo che fosse troppo forte per il tipo di dolce che volevo proporre. Infine mi è caduto l'occhio sul miele di fiori d'arancio, e ho deciso che avrei usato quello. Ho deciso quindi di abbinare a questo miele una crema di arancio unita alla sour cream che caratterizza questo dolce. 
Manco a dirlo, il supermercato gli aranci in estate non li ha, così ho dovuto ripiegare sui limoni. 
Chiedo scusa per l'approssimazione delle dosi, sono sempre priva di bilancia.

Medovik al profumo di agrumi

Per la pasta:
2 uova
4 cucchiai di miele di fiori d'arancio
2 cucchiai abbondanti di zucchero semolato bianco
1 cucchiaio scarso di zucchero bruno
300 g di farina (circa)
1 cucchiaino di lievito
circa 80 g di burro

Per la crema
400 g di sour cream
il succo di un limone
3 cucchiai scarsi di zucchero semolato bianco
2 cucchiai di miele di fiori d'arancio
un cucchiaio scarso di maizena
un bicchiere d'acqua

Uno spicchio di arancia candita per decorare

Ho messo gli zuccheri in un  pentolino dal fondo pesante insieme al miele e al burro, ho spostato il pentolino su un fuoco bassissimo e ho mescolato finchè non si è sciolto tutto.

Ho quindi aggiunto le uova, e, fuori dal fuoco, la farina, impastando finchè non ho ottenuto una massa morbida e omogenea che ho fatto poi riposare in frigo per mezz'ora.

L'ho quindi stesa e ne ho ricavato sette dischi sottili del diametro di 12 cm, che ho poi cotto individualmente in forno a 170° per 7 minuti.


Ho cotto anche i ritagli di pasta, che ho poi sminuzzato. 
Mentre i dischi raffreddavano, ho fatto la crema al limone: ho unito zucchero e maizena in un pentolino, ho aggiunto l'acqua e quando il composto ha iniziato ad addensarsi ho unito il limone.

Ho lasciato raffreddare e ho poi unito la crema alla sour cream. 
Ho quindi iniziato a comporre il dolce, alternando gli strati con la crema e ricoprendo infine il dolce con le briciole ottenute dai ritagli.


Con questo dolce partecipo all'MTC di Febbraio.

giovedì 28 gennaio 2016

Qualcosa che mi sfugge

Non sono mai stata una persona popolare, il tipo estroverso che parla con chiunque ed è pieno di amici. Sono sempre stata chiusa, con grosse difficoltà nel rapportarmi con gli altri, quella strana da evitare. 
- Hai preso da tuo padre, sei un orso come lui - ha sempre detto mia nonna.
Ho avuto degli amici, ma mai qualcuno che sia rimasto negli anni. Prima uno, poi l'altro, piano piano questi legami non sono sopravvissuti allo scorrere del tempo. A volte un posto vuoto è stato sostituito da un'altra persona, altre volte, molto più spesso, questo non è accaduto. Ho passato periodi molto lunghi senza avere nessuno con cui parlare.

Poi mi sono trasferita in Medio Oriente, dove ho trovato amiche care a cui mi sono affezionata tantissimo. Ma quei paesi ahimè, sono un crocevia di persone e culture. Oggi i tuoi amici sono lì con te, domani tanto tu quanto loro siete altrove. Oggi ho alcune amiche sparse nel mondo, amiche che non so se rivedrò mai più, perchè i chilometri tra di noi sono innumerevoli. Per dire, è sempre bello ricevere una loro mail, ma se hai bisogno di qualcuno con cui parlare davanti ad una tazza di the, purtroppo loro non sono disponibili.
In Australia sono arrivata un anno fa. Ho un lavoro, una macchina di 22 anni, due gatti e un marito adorabile, ma non sono ancora riuscita a fare amicizia con nessuno, nemmeno a livello "usciamo insieme a fare shopping". Non mi lamento, eh. Però un'amica con cui parlare mi piacerebbe averla. 

Le conoscenze che avevo in Italia si stanno sfaldando. C'è chi ad una lunga mail con tanto di foto risponde "grazie" senza aggiungere altro e poi sparisce. C'è chi non risponde alle mail, nemmeno dopo mesi, e ad un certo punto mi sembra di essere una stalker e desisto.
Ho avuto un'amica che mi ha escluso di punto in bianco dalla sua lista di amici su Facebook e sul social network ha cambiato anche nome (ignoro se dipenda da me o no). Non ho idea del perchè.
A volte penso ad un caso di omonimia, qualcuno col mio stesso nome che si è macchiato di atroci delitti e che la gente pensa che sia io, cancellandomi quindi dagli amici e dai propri pensieri. 
Bella teoria, vero? me ne sono venute in mente parecchie del genere.

Ultimamente mi ha colpito la faccenda dei followers sul mio blog. Dieci giorni fa ho acceso il computer e ho constatato che il numero dei followers era sceso di due unità, così, di colpo. Due persone che si sono rese conto insieme che il mio blog improvvisamente non è più interessante.
Ho alzato le spalle. Càpita. Certo che scrivere così poco come ultimamente faccio non invoglia nessuno a leggere.

Due giorni fa ho pubblicato un articolo che pensavo fosse assolutamente innocente, la ricetta di una zuppa di cipolle di mia invenzione, probabilmente non il piatto dell'anno ma sicuramente un post che non offendeva nessuno, almeno nelle mie intenzioni. Ho ricevuto un sacco di visite, come al solito, e la mattina dopo avevo perso altri quattro followers. Un altro il giorno seguente. Sarà perchè le cipolle puzzano? Avevo tra i followers dei seguaci di un'antica religione vegetariana che hanno fatto delle cipolle i loro dei?
Qualcosa mi sfugge in tutto questo.